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Il blog di phantasya (218)



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TEST DELLA PERMALOSITA' (raccomandato ..... )

di phantasya del 21/07/2009 alle 13:58



http://www.nienteansia.it/test/test-permalosita.html

test consigliato a chi ...dopo aver subito una critica giusta o sbagliata che sia....si ritrova con un'espressione accartocciata e il fegato a pezzi....
ma non se ne accorge ...e parte per la tangente  ...




io l'ho fatto.. ..e questo  è il risultato ..



 Risultato del test della permalosità
La tua percentuale di permalosità è del 24%

Mancanza di permalosità. Le tue risposte al test mostrano una totale
 assenza di permalosità. Dimostri di essere una persona capace di dare il
giusto peso alle parole degli altri e, quando queste risultano essere ambigue o critiche,
sei capace di mantenere la lucidità mentale necessaria per chiedere le dovute spiegazioni senza tuttavia offenderti e chiudere i canali del dialogo. La tua è un'ottima qualità ed è importante che tu la mantenga, ovviamente senza eccedere. È bene non dare un peso eccessivo alle parole degli altri, ma al tempo stesso è importante saper ascoltare evitando di far entrare le loro parole da un orecchio per poi farle uscire dall'altro. Continua in questo modo! Complimenti!








LE MAGICHE BRAMBILLATE...(....mancano le pecore )

di phantasya del 20/07/2009 alle 23:25



http://www.italia.it/it/

questo è il sito ufficiale del Turismo italiano

aprendo il sito in alto si nota il banner ove scorrone le immagini di alcune località nostrane...

devo fare i miei complimenti alla ministra brambilla dagli occhi di triglia...per la sua fantasia...
nel proporre l'italia  in modo innovativo  e  moderno






se avesse aggiunto pure la musica e le famose  pecore sarebbe stato perfetto..







poi quando i turisti arriveranno a frotte in italia si troveranno un altro spot





e se dovessero capitare  in quella parte di  Sardegna reclamizzata ...nel sito
pagherebbero:


Un lettino con tenda per ripararsi dal sole, vicino al mare, costa 280 euro al giorno ora, 500 in agosto.
 Duecento euro se ti accontenti di arretrare tra i mirti senza poter scrutare le acque smeraldine. Se poi ti viene fame
 e vuoi pranzare con una insalatona mista e una bibita occorrono 75 euro. Per un semplice caffè si arriva fino a 5-7 euro
(ma siamo a Capriccioli, bellezza, a poche centinaia di metri dal mitico Hotel Cala di Volpe);
per una Coca Cola o una fetta di anguria 10-15 euro.

o in un ristorante di Roma...

695 euro per un pranzo  per 2

Dieci fette di prosciutto, due primi, (uno con l'astice, l'altro con funghi, ma non porcini), un pesce bianco diviso in due, funghi porcini per contorno, vino e caffè








guardando il sito ITALIA.IT ....non so se mi è sfuggito o altro , ma mi par di non aver letto un consiglio per gli acquisti

ATTENZIONE ALLE TRUFFE
nè se nel logo  magic italy....il tricolore è stato raddrizzato...
altrimenti restano sempre i colori dell' Ungheria...






Sarà la festa della vita» In piazza per Carlo Giuliani e non solo ...

di phantasya del 20/07/2009 alle 22:30





MEMORIA A Genova, nel quartiere Marassi, è stato inaugurato il Centro di documentazione del G8. Il padre: «Si potrà conoscere non soltanto la verità di quegli avvenimenti, ma anche parte della nostra storia oggi dimenticata».

 
Domani Genova e molte altre piazze d’Italia ricorderanno l’uccisione di Carlo Giuliani e le violenze del G8 2001. Ma non sarà una giornata di commemorazione funeraria, bensì un inno alla vita. Come fa sapere la famiglia, piazza Alimonda accoglierà la partecipazione del quartiere e ricorderà Carlo attraverso la lettura di testi che scrisse due, tre anni prima e canzoni dedicate alla sua storia. Dopo otto anni le mobilitazioni contro i summit dei Grandi sono molto cambiate; alla repressione delle azioni di piazza si è sostituita la nuova strategia dell’oscuramento preventivo delle forme di opposizione.
 
Si può avvertire un po’ di rabbia in chi è stato vittima degli abusi delle forze dell’ordine in occasione delle riunioni globali. «Apprezzo piuttosto iniziative come quelle del cosiddetto Gsotto, organizzato in Sardegna - commenta il padre di Giuliani -. Bisognerebbe girare la faccia dall’altra parte ed esprimere solo disgusto per eventi come il G8 che, aspetto cerimoniale a parte, valgono soltanto le ingenti somme di soldi che sprecano ».
 
Oggi come allora è sempre Berlusconi a guidare il teatrino. Molti processi si sono chiusi con l’archiviazione degli indagati o con sommesse condanne. Alcuni sono ancora in corso. A tutti, però, si garantirà futura memoria grazie al lavoro di raccolta di dati e atti giudiziari inaugurato dal nuovo Centro di documentazione sul G8. La casa, che continuerà il monitoraggio e che è già ricca di testimonianze, risponde finalmente agli appelli dei coniugi Giuliani.
 
Nel quartiere Marassi di Genova, dunque, esisterà un luogo in cui, dice Giuliano Giuliani, «la cittadinanza e soprattutto i giovani potranno conoscere non soltanto la verità di quegli avvenimenti, ma anche parte della storia dimenticata d’Italia, racconti di resistenza e vicende sociali obliate». «Le mamme, poi, hanno raccolto molte delle magliette che qualche tempo fa coloravano le cancellate della piazza e le hanno legate in lunghi tendoni che saranno esposti negli spazi del Centro», continua.
 
Dopo un’indagine giudiziaria che eufemisticamente il padre definisce «condotta male», dopo l’archiviazione, dopo il rifiuto di una commissione d’inchiesta sul caso, dopo che l’agente Placanica, che sparò, continua a rilasciare dichiarazioni contraddittorie, il ricordo dell’uccisione di Carlo Giuliani viene sostenuto nel nome di tutte le vittime e contro l’uso illegittimo della violenza da parte delle autorità di Stato.
 
Alla Corte europea dei diritti umani giace l’ultima fatica della famiglia: un ricorso, presentato nel 2002, in difesa del negato diritto alla vita e dell’assenza dei soccorsi immediati che hanno comportato la violazione del divieto di trattamenti inumani. Un’istanza che di recente la Corte di Strasburgo ha dichiarato ricevibile e su cui si attende entro agosto la pronuncia di merito.
 
Se venisse confermata l’accusa, lo Stato italiano si vedrebbe condannato per l’uso eccessivo della forza e per aver autorizzato operazioni sproporzionate rispetto al fine della garanzia dell’ordine pubblico. Simili addebiti, in realtà, provengono dai legali di molti ragazzi coinvolti nelle violenze di quel G8. Una costola del processo sui fatti della scuola Diaz è di nuovo all’attualità della cronaca: l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro risulta indagato per istigazione alla falsa testimonianza e rischia due anni di reclusione.
 
La circostanza è aggravata dall’attuale carica del prefetto, che, in qualità di capo dei Servizi segreti, è coinvolto in una situazione ai limiti del paradosso. «Come un John Negroponte italiano, De Gennaro è sospettato di aver commesso un delitto che, in virtù della carica che ricopre, potrebbe paragonarsi per gravità a un reato di strage commesso da una persona normale», commenta Giuliani. Fino all’ultimo grado di giudizio, l’ex capo della polizia si deve presumere innocente; nelle more dell’ennesimo procedimento, domani saranno le persone a ricostruire la verità.

 







19 luglio 1992, i punti oscuri della strage di via d’Amelio

di phantasya del 20/07/2009 alle 22:25



INCHIESTA Nuova pista per le indagini sull'assassinio del giudice Paolo Borsellino.
Per Gioacchino Genchi, che arrivò due ore dopo sul luogo dell'esplosione,
ndividuando nel castello di Utveggio la località da cui sarebbe stato azionato il radiocomando,
«occorre indagare sui giorni precedenti».

 
Ci sono domande sulle stragi del 1992 che non hanno mai avuto una risposta certa.Non sono bastati i processi, gli arresti, le indagini. Non sono bastate le ricostruzioni, le perizie e il lavoro di centinaia di agenti di polizia, carabinieri, magistrati. Non ci sono state risposte neanche quando il capo di Cosa nostra, Totò Riina, venne arrestato l’anno successivo. Anzi, il suo arresto ha aperto altri scenari, posto altri interrogativi. «La strage di Capaci fu una strage di mafia con interessi di Stato, quella di via d’Amelio una strage di Stato con interessi di mafia».
 
Questa definizione è diventata, con il passare del tempo, un’accusa sempre insistente, rafforzata dai tanti misteri, dalle tante ombre infittitesi in questi diciassette anni. Delle due stragi si sa molto, di una in particolare. Quella di Capaci (23 maggio 1992), dove persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli uomini della sua scorta, è sicuramente quella di cui si sa di più, si conoscono esecutori materiali e mandanti. Su quella di via d’Amelio, invece, periodicamente emergono dati nuovi, elementi di un puzzle ancora irrisolto.
 
A volte sembra essere arrivati a un punto, poco dopo i fatti sembrano smentirlo. Per cercare di capire cosa avvenne in quell’anno è necessario, e inevitabile, cercare di inserire questi due episodi nel momento storico che stava attraversando il nostro Paese. «Gli eventi cruciali del 1992 nessuno li dice. Tutti raccontano quello che succede dopo le stragi e nessuno parla di quello che successe prima - racconta Gioacchino Genchi, all’epoca commissario capo a Palermo e in seguito perito per il Tribunale di Caltanissetta sul processo Borsellino -. Nel 1992 si verificano due attacchi concentrici al sistema politico.
 
Uno viene da “tangentopoli”, dalla procura di Milano e dalle altre autorità giudiziarie che seguono, alcune bene e altre meno bene, l’esempio e il metodo investigativo milanese. E l’altro attacco arriva invece da un presidente della Repubblica che inizia a picconare quel sistema di cui ha fatto parte ed ha generato. Parliamo di Francesco Cossiga, un presidente della Repubblica che è arrivato alla fine del suo mandato e decide di “togliersi tutti i sassolini dalle scarpe”.
 
Oggi si direbbe che ha fatto “outing”. Messo addirittura sotto stato di accusa con l’impeachment. Ed è costretto a dimettersi perché c’è un qualcuno che in Italia vuole accelerare, e che magari per prendere le redini dell’Italia avrebbe voluto pure utilizzare i percorsi dell’autorità giudiziaria, strumentalizzare alcune iniziative e inchieste giudiziarie. Ma è ancora presto per parlare di questo. I dati sono questi: un presidente della Repubblica viene fatto dimettere e la strage di Capaci avviene mentre si sta votando l’elezione del capo dello Stato».
 
Poi la strage di via d’Amelio a Palermo del 19 luglio 1992. Genchi è uno dei primi investigatori ad arrivare sul posto. E ricorda ancora, perfettamente, quei momenti. «Il corpo di Borsellino ancora fumava per terra, i pezzi di Emanuela Loi cadevano dalle pareti, dall’intonaco del palazzo, e certamente là era scoppiato un ordigno che non poteva essere stato azionato sul posto. Perché se fosse stato azionato sul posto chiunque… sarebbe stato un attentato kamikaze e là non sono stati trovati morti se non i poliziotti e Borsellino. È da escludere che gli stessi poliziotti si siano fatti essi stessi un attentato, e non poteva, chi ha innescato la bomba, essere nei palazzi adiacenti perché sarebbe stato travolto dall’onda d’urto».
 
Uno strano paravento E quindi Genchi, con l’allora questore La Barbera, individua da subito l’unico punto di osservazione possibile. Castel Utveggio. «Dev’essere stato fondamentale l’elemento informativo – pro segue Genchi nel suo racconto -. C’è da tenere conto che non ci si può appostare con il joystick in mano per aspettare per mesi e giorni che arrivasse Borsellino, qualcuno ti deve pur dire quando Borsellino sta arrivando.
 
E poi ci vuole un punto di osservazione: visto che in via d’Amelio venne fatta anche l’intercettazione del telefono dell’abitazione della sorella e della madre per carpire questi elementi informativi e siccome l’intercettazione abusiva poteva essere eseguita solo in un ambito ristretto, per intenderci con la tecnologia di allora non poteva essere eseguita da Londra o da Milano o da Bruxelles, capimmo che doveva necessariamente essere stata posta da una località vicino. È allora che abbiamo ipotizzato come ci fosse un’unica postazione di ascolto clandestino e di avvistamento».
 
Nel castello aveva sede un ente regionale, il C.e.r.i.s.d.i., dietro il quale avrebbe trovato copertura un organo del Sisde. La circostanza era stata negata inizialmente dal Sisde che aveva così esposto ancor più gli uomini del gruppo investigativo costituito per indagare sulla strage. Questo scenario inquietante vede uomini dei servizi sul luogo di quello che è probabilmente il punto di osservazione e di azionamento del telecomando dell’autobomba che uccise Borsellino e i ragazzi della scorta. Non è l’unica “stranezza” quell’ufficio dei servizi nel castel Utveggio, posizionato in un punto strategico sulle pendici di monte Pellegrino.
 
Sempre Genchi, nella sua deposizione alla Corte di Caltanissetta racconta: «Rilevo che il cellulare di Scaduto, un boss di Bagheria condannato all’ergastolo fra l’altro per l’omicidio di Ignazio Salvo, aveva tutta una serie di strani contatti con varie utenze del gruppo La Barbera. Cioè, del gruppo degli altofontesi, di cui parlavo anche in relazione a quei contatti con esponenti dei servizi segreti, rilevo che questa utenza aveva pure contatti con il C.e.r.i.s.d.i. Quindi, questo C.e.r.i.s.d.i. mi ritorna un po’ come punto di triangolazione».
 
Una strana telefonata Genchi prosegue raccontando di una strana telefonata che arriva al castello nei giorni che precedono la strage. «C’è pure una telefonata, se ricordo bene, mi pare… di Scotto al C.e.r.i.s.d.i. Ovviamente, non so, avrà fatto un corso di eccellenza, perché là preparano manager, non so, avrà avuto le sue ragioni per telefonare». E questo Scotto chi è? C’è un certo Pietro Scotto, dipendente della società di servizi telefonici Elte, che ha un fratello, Gaetano, sospetto mafioso appartenente alla famiglia di Cosa nostra del rione Acquasanta di Palermo.
 
Ed è proprio Gaetano a mettersi in contatto con utenze del C.e.r.i.s.d.i. nei mesi precedenti l’attentato. E poi c’è quell’altra telefonata, una manciata di secondi dopo l’attentato, che raggiunge il capo palermitano dei servizi, Contrada, in gita nel golfo di Palermo su una barca. Un nuovo spiraglio sui possibili moventi della strage lo ha aperto recentemente Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, il sindaco del “sacco” di Palermo.
 
Massimo ha raccontato ai magistrati di Caltanistetta e di Palermo che la trattativa, quella che portò poi al famoso “papello” di Totò Riina con le richieste allo Stato da parte di Cosa nostra, non iniziò mesi dopo la strage di via d’Amelio, ma nei primi di giugno, ovvero nel periodo in cui Borsellino stava scavando sui mandanti ed esecutori dell’omicidio del suo amico e collega Giovanni Falcone.
 
Sempre secondo Ciancimino, protagonisti di questa trattativa sarebbero stati il capo dei Ros dei carabinieri Mario Mori, Vito Ciancimino (e lo stesso Massimo che è colui, per sua stessa ammissione, che ha il primo contatto con l’Arma), Totò Riina dal suo covo da latitante e il medico della mafia, il boss Antonino Cinà. Non solo, Ciancimino racconta che i contatti iniziali con i vertici di Cosa nostra avvenivano attraverso Cinà ma che il “papello”, ovvero le proposte di Riina allo Stato, non fu consegnato a Vito Ciancimino dal medico della mafia, ma da “una persona distinta” il cui nome per ora è coperto da omissis.
 
Queste dichiarazioni del figlio di Vito, sommate alle altre recenti del probabile futuro pentito Spatuzza, da un lato sembrano confermare nel rifiuto da parte del giudice assassinato di accettare la trattativa fra Stato e Cosa nostra il vero movente della strage, come da tempo sospetta e denuncia il fratello di Borsellino, Salvatore, dall’altro aprono spiragli sui probabili depistamenti sulle dinamiche dell’attentato messe in atto da elementi mafiosi e non solo nel corso dei tre processi già celebrati.
 
L’ultimo dichiarante si autoaccusa di essere colui che ha rubato per la mafia la 126 utilizzata poi come autobomba a via d’Amelio. Gaspare Spatuzza, che è uno dei killer di padre Puglisi, con le sue dichiarazioni ha rimesso in discussione quindi alcuni dei fondamenti del processo, aprendo di conseguenza la possibilità di una revisione.
 
Anche nelle sue dichiarazioni emerge un “uomo senza nome” come in quelle di Massimo Cancimino. Consegna, infatti, la 126 ad alcuni mafiosi di sua conoscenza ma alla presenza di un altro uomo, sconosciuto, che lui ritiene “estraneo”. Altri misteri, altri personaggi e gregari che compaiono a quasi vent’anni di distanza. E come spesso accade l’unica certezza in questa vicenda rimane la morte. Che ha dato appuntamento in via D’Amelio alle 16:58 e 20 secondi del 19 luglio 1992. 

 

 







Papi. Uno scandalo politico, e anche perchè si è autodefinito UNTO dal signore...

di phantasya del 20/07/2009 alle 22:09



ll carosello rosa di Papi Silvio, l’harem di Raifiction e Agostino «favorino»
Saccà, l’evoluzione da caimano a mandrillo, la lezione di politica alle fanciulle
con temperamatite mugolante, appartamenti e cascate di gardenie in regalo,
 stagiste e servizi segreti,
Berlusconi che fa il trenino con berretto e trombetta  stretto tra due sinuose modelle.

C’è tutto (e del resto il premier non si è fatto mancare niente) nell’instant book
 «Papi. Uno scandalo politico» di Marco Lillo, Marco Travaglio e Peter Gomez c Con rivelazioni inedite, vedi la notte a Villa Certosa di «Sandra» che al padrone di casa avrebbe voluto «spezzare un polso». 
( che per solidarità trasposta
se l'è spezzato un altro papi...quello con le babbucce rosse )






Esilarante il verbale di interrogatorio del senatore siculo-australiano Randazzo, eletto con Prodi tra gli italiani all’estero, che Berlusconi tentò (invano)
di comprare per far cadere il governo.
Il premier «mi raccontò la curiosa vicenda» di un piatto istoriato che
 Bush Senior aveva smarrito ed era finito ad un antiquario australiano da cui Berlusconi l’aveva ricomprato. «Poi l’aveva regalato a Bush Jr, ma lui gli aveva chiesto di consegnarglielo a fine mandato» perché sennò, per le leggi americane, sarebbe divenuto proprietà dello Stato e invece voleva tenerselo.
 Randazzo ricevette da B la promessa di rielezione o di una delega alla Farnesina «per l’Oceania e l’Asia». In una telefonata Giancarlo Innocenzi, membro dell’Agcom, poi assolto dall’Autority sotto il profilo deontologico per la vicenda,
 è preoccupato che il corteggiamento del senatore Willer Bordon (sempre nella scorsa legislatura) non vada a buon fine.
 «Sai, lui ora va 4 sere su 6 da Fede, Mimun lo chiama, l’ho mandato da Panorama, gli faccio fare l’intervista sul Giornale, insomma sono tutti a disposizione ma bisogna che... dobbiamo coincidere».

«Sandra», 24enne ragazza immagine campana, racconta sotto anonimato la sua prima e unica visita a Villa Certosa.
 Capodanno 2007. Sabina Began le offre 1500 euro per una festa privata,
viaggio incluso: «Porta amiche, più ragazze ci sono meglio è».
 La sistemano in una dependance: argenteria disseminata, soffitti di legno,
piscina riscaldata. Pensa sia la casa di un sultano o un oligarca russo.
Quando dalla porta si affaccia B, non crede ai suoi occhi:
 «Aveva il volto colorato da una crema autoabbronzante che gli tingeva le mani facendole sembrare unte.
»




 I tacchi erano davvero alti




e in mano una busta piena di gioielli.

 A tutte farfalle e tartarughine,
 a quelle «più carine» con lui doni più consistenti.

Non solo pizza, Apicella e giro del parco sulla macchinetta elettrica.
Due ore di lezione e battutine. «Tutte ridevamo per farlo contento.
 Diceva: ora faremo cadere Prodi».
E di Fini: «Un fascistone incapace di mediare».
B si trastulla con uno strano temperamatite:
 «Un omino di gomma con i pantaloni abbassati, infilavi la matita
 proprio lì, quando ruotavi il pupazzetto si lamentava e lui rideva
come un matto».


Eppure, per Sandra, l’esperienza è un trauma.
«Mi sono rimaste impresse tutte le ragazze, più di 50, ballavano e si strusciavano, lo baciavano e si buttavano in piscina nude...

Ne ho viste di tutti i colori. Mi è venuta l’ansia: nessuno sapeva che ero lì,
non potevi parlare al cellulare, la sicurezza era ovunque con i bazooka puntati addosso...
Quando ha allungato le mani l’ho respinto, stavo per fratturargli un polso».
 Le scene lesbo la disgustano:
 «Prima di andare a letto ho vomitato. Ho detto: riportatemi a casa o faccio un macello».
 Goodbye Papi: due mesi dopo la invitano a una festa a Cortina.
 È la prova d’appello. Lei declina e si rassegna:
 «Da quel momento addio casting, la tv è roba sua».
007 notturni.Oltre Apicella, l’unico altro uomo è il produttore Guido De Angelis. Finale con fuochi pirotecnici.
Tutte scattano foto, nessuno le requisisce.
Ma al mattino le immagini sono sparite dalle memorie digitali di macchinette e videofonini.
 O qualcuno si è intrufolato nottetempo nelle stanze o ci pensano contromisure elettroniche.





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